Jacobs, parla Nicoletta Romanazzi la mental coach di origini baresi

Domenica storica per l’atletica italiana che alle Olimpiadi di Tokyo ha conquistato 2 ori, il primo con Giammarco Tamberi nel salto in alto (ha saltato 2 metri e 37), il secondo con Marcell Jacobs che si è imposto nei 100 metri con il tempo di 9 secondi e 80, record italiano ed europeo. Per l’atletica italiana un giorno che scrivere a caratteri cubitali nei libri di storia. In questi trionfi c’è anche un po’ di Puglia: nel corso dell’intervista a Elisabetta Caporali di RaiSport l’uomo più veloce del mondo ha voluto citare la sua mental coach, Nicoletta Romanazzi, di origini baresi, psicologa figlia di Stefano Romanazzi, celebre industriale che negli anni 90 era stato anche editore de La Gazzetta del Mezzogiorno.
Ecco l’intervista che la mental coach ha rilasciato a Chiara Zucchelli di Gazzetta.it
L’INTERVISTA A GAZZETTA.IT
Nicoletta Romanazzi è la mental coach di Jacobs, ha uno studio meraviglioso a due passi dallo stadio Olimpico e chissà che non sia anche questo un segno del destino. E’ iniziato tutto un anno fa. “Sì, ci siamo visti ad agosto dopo che me ne aveva parlato il suo procuratore. Ci siamo incontrati con l’allenatore e poi a settembre abbiamo iniziato a lavorare insieme. Ed è stato un lavoro straordinario”.
Lei in genere è molto riservata, ma in realtà è stato Jacobs a parlare spesso del vostro rapporto.
“Sì, tutti gli atleti di cui io parlo sono quelli che mi hanno autorizzata a farlo. Lui ha spesso parlato del nostro percorso, non ha avuto pudore nel farlo, forse perché fin da subito ne ha sentito i benefici”.
Qual è stato il segreto?
“Non esistono segreti, però posso dire che fin da subito ho capito che per lui sarebbe stato importante risolvere il rapporto con il padre, essendo lui stesso padre di tre bambini. Questo lo ha sbloccato, adesso entra in pista più consapevole di quello che può fare con le sue gambe. Ha acquisito sicurezza in se stesso, prima arrivava alle gare con molta più ansia”.
In che modo lavorate?
“Ci vediamo sempre, quando possibile, a Roma, altrimenti al telefono come in questo periodo a Tokyo. Non è obbligatoria la videochiamata, ci basta anche solo sentirci”.
Per lei è importante la respirazione.
“Fondamentale, è difficile che io non la faccia con i miei atleti, soprattutto prima di una gara. Arrivare con la testa giusta, senza che io entri in sfere tecniche che non mi competono, fa tutta la differenza del mondo e per questo ci sono atleti come Marcell che sentono l’entusiasmo di raccontarlo. Lui aveva nel suo potenziale certe prestazioni, doveva solo sbloccarsi”.
Le pesa non essere a Tokyo?
“Moltissimo. Quest’anno che ho cinque atleti alle Olimpiadi…”.
Chi sono gli altri?
“Luigi Busà e Viviana Bottaro, karate. Il 6 agosto sarà il loro giorno, speriamo in una medaglia. Poi Alice Betto, triathlon, e Jeannine Gmelin, canottaggio, svizzera”.
Lei lavora anche con molti calciatori, da Sensi a Perin, poi Bertolacci, Zappacosta, Murgia e molti altri che non sono noti. Quanto è diverso preparare un atleta olimpico che si gioca la gara della vita ogni quattro anni, in questo caso cinque, rispetto a chi scende in campo ogni tre giorni.
“Non è questione di sport, ma di persone. E’ logico che in generale quanto più importante è la gara tanta più tensione si crea. Ma ci sono atleti che si gasano di più in occasioni così e soffrono quelle meno importanti, ad esempio. Ogni lavoro è a sé, individuale. Tutto sta a trovare la chiave giusta”.
FOTO ANSA HERO

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