“L’impero dell’Avvenire”, è la seconda opera del giornalista monopolitano Fabio Angiulli

Non si può trascendere la parola Nichilismo parlando di postmodernità; esso è un modo di concepire il nostro tempo, la nostra epoca definita delle passioni tristi.

Lo sa benissimo il giornalista monopolitano Fabio Angiulli, che a sei anni di distanza da Fine dell’Era , il suo primo romanzo in prosa, propone il suo primo poemetto dal titolo L’impero dell’Avvenire; un’opera sul nichilismo, di estrema attualità. 

Sinossi

L’opera si configura come poemetto antimoderno e filosofico, con un linguaggio oracolare che rimanda al sacro, alla divinità. Le liriche  snodano l’angoscia dell’io narrante, che interroga Sofia, la Sapienza, dopo aver vissuto il crepuscolo degli immutabili, degli eterni; trovandosi innanzi alla caduta dell’Impero dell’essere.

L’invisibile io narrante rappresenta la condizione umana del filosofo che prende coscienza del nichilismo, aggirandosi per la notte chiara del nulla fra simboli che rimandano tutti alla medesima condizione, ossia che l’esistenza umana è priva di fondamento.

Soltanto il dolore, come condizione metafisica dell’esistenza umana, riuscirà a donare all’io narrante la forza di esserci, e aprirsi alla speranza attraverso la proiezione ontologica nel non ancora.

Ma riportiamo qualche verso:

È l’Apocalisse dell’Eterno, Sofia,

Quella che vediamo trionfare,

Dietro l’ultimo orizzonte secolarizzato del Tempo nostro,

In tutta la sua imminenza.

Che si dispiega nella vertigine del divenire;

In uno scorrere delirante di verità effimere,

Come candele messe in fila e spente da un vento,

Che soffia fortissimo, nella tristezza del Tramonto.

O altri versi del poemetto…

Nulla Eterno, il cammino di Buddha a Oriente.

Nulla Eterno, il cammino di Socrate nella Grecia Occidentale.

Io mi guardai intorno, e vidi dipanarsi la menzogna della Storia;

Non come la visione dell’enorme Satana Baudelairiano, apparso sul teatro dozzinale, nel mezzo dello spettacolo,

Sentenziando il bene e il male, per una folla di fedeli,

Ma come le acque dell’inconscio dell’Occidente,

Che al poeta di Recanati si svelarono in solitudine,

Per quello che sono,

In verità, come enorme Nulla dell’Occidente,

Che incagliarono Cielo e Terra.

Ma la speranza domina il poemetto negli ultimi capitoli rievocando la filosofia del principio speranza di Ernst Block, che riconosceva nel futuro un modo di aprire orizzonti verso l’avvenire, negando il presente.

Insomma, uno squarcio di speranza chiude questo poemetto con la riedificazione dell’Impero dell’essere.    

Il libro è arricchito dalla postfazione del professor Antonio Bini.

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