In viaggio con “Il Treno della Memoria” per non dimenticare …

E un Dio che è morto, nei campi di sterminio Dio è morto, coi miti della razza Dio è morto, con gli odi di partito Dio è morto”: così in una canzone di Francesco Guccini cantata dai Nomadi. L’anno prima della pubblicazione della canzone, 1966, una copertina del TIME era dedicata a un movimento teologico americano conosciuto proprio come “Morte di Dio”. Tra i suoi esponenti c’era il rabbino Richard Rubenstein, noto per i suoi contributi sull’Olocausto. Per Rubenstein Dio è morto ad Auschwitz. Ma non è stato ucciso nei campi di concentramento: lì l’umanità ha solo compreso che l’assassinio era stato compiuto e si è svegliata. Ed è proprio nei luoghi in cui “Dio è morto” che si sono recati gli studenti che hanno partecipato al “Treno della Memoria”, idea nata nell’estate del 2004 da un gruppo di ragazze e ragazzi molto giovani, tra i 18 e i 25 anni, che sentivamo fortissima la necessità di ragionare su una vera risposta sociale e civile da dare alle guerre e ai conflitti attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva e la costruzione di un comune sentirsi cittadini europei. L’iniziativa si fonda sull’esigenza, sempre più forte, di difendere la memoria dei fatti di allora affinché non rappresentino solo un monile da spolverare in occasione del 25 aprile o del 27 gennaio, ma una molla pronta a scattare nel presente di fronte a “ciò che potrebbe accadere ancora” e, forse, in altre forme, sta già accadendo. Fra le testimonianze dei ragazzi e delle ragazze, raccolte ogni anno dagli educatori, è ricorrente l’espressione “dopo aver visitato Auschwitz con il Treno della Memoria nulla è più come prima”. Per questo il Treno della Memoria è anche definito un pellegrinaggio laico. Negli anni il Treno della Memoria ha ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il patrocinio della Camera e del Senato e del Parlamento Europeo. Collabora stabilmente con il Museo statale di Auschwitz-Birkenau, con il Museo di Oskar Schindler, con gli Istituti italiani di cultura e con diverse università italiane e straniere. Si tratta di un viaggio fisico e mentale nel quale i giovani studenti, accompagnati dagli educatori e dagli insegnanti accompagnatori, prima di arrivare a Cracovia, tappa finale, si sono fermati in una tappa intermedia (Praga, Budapest o Berlino) per visitare i luoghi della memoria. Per il mio percorso la tappa intermedia è stata Budapest con il Museo dell’Olocausto e il ponte delle scarpe, un momento davvero toccante nel quale l’immedesimazione da parte degli studenti in quelle persone trucidate in riva al Danubio ha davvero raggiunto momenti di commozione impensabili, anche grazie al lavoro portato avanti dalla compagnia di attori che hanno seguito i giovani in tutti il percorso, facendoli davvero “entrare nella storia e respirarne l’aria”. L’idea di persone denudate e fatte “sfilare” per le vie cittadine ammanettate a coppie, fino ad arrivare sulle sponde del fiume e, una volta giunti, obbligati a lasciare le scarpe e sparati, o meglio, uno sparato e l’altro gettato vivo nel fiume insieme al cadavere per morire di freddo. La testimonianza è di Giorgio Perlasca, che fingendosi Console generale spagnolo salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista e alla Shoah. Perlasca, insieme ad altri uomini e donne coraggiosi, è stato insignito del titolo di “giusto tra le nazioni”, utilizzato dopo la Seconda Guerra Mondiale per indicare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah. Di fronte al monumento delle scarpe è impossibile non piangere, non provare commozione e quel monumento si è davvero in grado di comprendere quanto la vita umana possa valere meno di un oggetto nei tortuosi percorsi che la mente di molti seguì in quegli anni. Dopo Budapest la tappa successiva è stata Cracovia dove abbiamo visitato il Ghetto Ebraico e la Fabbrica di Schindler, trasformata in un museo, entrando nei luoghi posti in cui è stata ambientato il film “La lista di Schindler”. Un lento e crescente percorso di avvicinamento ai luoghi del dolore e della morte, laddove la malvagità umana ha raggiunto livelli inimmaginabili e che, purtroppo, non è stato l’unico caso di quello che Hannah Arendt definì la “Banalità del male”, ma che invece, fu il risultato di una operazione ben pianificata e supportata dal punto di vista della propaganda a tal punto da apparire “normale”. Un lento percorso di spersonalizzazione degli individui, fino a privarli della loro umanità per condurli alla “soluzione finale”. Questo furono i ghetti e i successivi campi di sterminio: “non è tanto il filo spinato – scrive la Arendt – quanto l’irrealtà abilmente creata (…) che provoca crudeltà così enormi che alla fine fa apparire lo sterminio come una misura perfettamente normale”Auschwitz appare in tutta la sua mostruosità ancora oggi con le sue camere a gas e i suoi forni crematori, sopravvissuti al tentativo dei nazisti di cancellare le tracce delle nefandezze compiute, di fronte ai quali resta ben forte la memoria in quell’odore acre ancora oggi riconoscibile, resta in quelle ciocche di capelli brutalmente tagliate alle donne con tutte le loro acconciature e resta in quelle piccole scarpette e indumenti di quei bambini che non diventarono mai grandi. Quindi è stata la volta di Birkenau, tetro, reale, fin troppo reale, laddove anche le piante sembrano voler testimoniare la morte; e poi il freddo, che dire del freddo, nulla rispetto a quello che provarono gli ebrei in quegli anni in cui il clima era molto più rigido. E pensare che noi ben attrezzati con appositi indumenti abbiamo patito non poco quelle temperature.  Impossibile non riflettere non solo su quanti hanno perso la vita in quei posti, ma anche su coloro che sono sopravvissuti, sull’incredibile forza di volontà o semplicemente istinto di sopravvivenza che ha consentito loro di sopravvivere in condizioni così inumane. Contro questo propagarsi del male, il richiamo del passato può essere soltanto salutare: non bisogna mai stancarsi di ricordare l’orrore antico, Lo stesso Primo Levi nel suoi libro “I sommersi e i salvati” ricorda una sua ossessione, come quella di altri sopravvissuti; che la propria sofferenza restasse ignorata. Ecco il perché di ricordare, ricordare con la speranza che la storia diventi davvero maestra di vita anche se, purtroppo, fatti recenti e non sembrerebbero dirci proprio il contrario. Mi piace concludere questo contributo con le parole di Levi: “Quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù e il codice dei duelli? quanto è tornato o sta tornando? che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?

 

Cosimo Lamanna

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